ti ho urlato addosso e non hai ascoltato. hai ritenuto che le mie parole potessero essere messe da parte, in quel momento. hai creduto fosse giusto così. credi di sapere cosa senta ora. in questo momento. e in quello ancora dopo. e anche in quello che c'era prima. credi di conoscere il mio io, erroneamente. io non sono altro che il 10% dei pensieri che mi dedichi. a volte anche di meno. sono quello che non vuoi ascoltare. che vuoi imparare ad omettere. quello che un si non te lo regala, ma nel momento giusto te lo dona. e sono ora in guerra per cercare di essere. una guerra che gioco sempre con armi giocattolo e senza colpire alle spalle. una guerra che tu non conosci. ed io ho sempre meno voglia di raccontare. renderti partecipe di quello che ieri avrei condiviso con te.solo con te. da quanto tempo non vedi lacrime? eppure ho passato giorni a raccoglierle.
ad oggi la mia vita ruota intorno al mio cuore. e basta.
così ci tagliano le ali. è solo l'aria nei polmoni che ci spinge a proseguire. forse è ossigeno, forse è vita ma incomprensibile. scusa. scusa. scusa. scusa. non si può capire. no non si può comprendere quanto ci si senta debitori di serenità. si usano parole improprie che la superficialità rende banali, ma sono lame affilatissime. sono tagli profondi. sono ferite non cicatrizzabili. responsabile delle conseguenze allargate del mio agire. uomo prometeico. qual è l'utile dell'utile? mondo sommerso dalla parabola dei ciechi. brugel. manca il coraggio di esistere e di far esistere, il coraggio di vedere ciò che potenzialmente potrebbe essere, il mondo che non c'è oggi ma che aspetta me per esistere domani. e così ci stanno tagliando le ali, ma io quel coraggio lo voglio trovare. ad ogni taglio corrisponderà la mia ricostruzione, ogni giorno. ricostruirò le mie. le tue. le nostre. ali. sempre in salita, mai così insormontabile, ma con la tua mano, mai così stretta.
e poi ti svegli una mattina e non è la solita mattina. ti addormenti con l'idea di voler chiudere il blog. manca l'ispirazione, manca la condivisione, manca. e la mattina continua a mancare. eppure sai che se anche fosse presente probabilmente non sarebbe più aggregativo, ma solo un collage di foto vecchie, nostalgiche. eppure è una condanna sapere pur non dovendo sapere. ricordare e sentirsi soli. aver perso per non essere stati abbastanza bravi. ed ancora brividi nel ricordare. no, non è la solita mattina. quel pensiero costante ma sempre latente, ora richiama attenzione. urla e non abbandona mai, neppure un istante. e neanche ci provi ad annullarlo, sforzo inutile. rimanere al buio facendosi cullare dalle note di un gentile einaudi sembra l'unico desiderio concretizzabile. e te la prendi con la vita, vecchia puttana, tanto per sentirti coscientemente realizzata. ma sai, in fondo sai, che gli errori nascono, vivono e muoiono in te. no, non è la solita mattina. la distanza inizia ad essere incolmabile, ciò che sembrava una semplice battuta d'arresto sta diventando una crepa di incomprensioni. sai dove inizia ma non dove finisce.
mi sono svegliata stamattina con l'idea che questo blog lo manterrò per me. e per te. forse.

brulicante. pieno di schegge impazzite, rumorose ed a volte solo silenzio avvolgente. un luogo come un altro, o forse meno brillante di qualcun altro. lì ti ritrovi curioso ad osservare volti sconosciuti, entrando e plasmando le loro menti a seconda dell'umore giornaliero.
è una lacrima quella che sta trattenendo, è un sorriso quello che leggi, poi di nuovo tristezza, nell'angolo successivo ti aspetta paziente una nuova emozione. gira implacabilmente la roulette..rosso o nero? braccia che si uniscono o braccia che si dividono? luogo strano, vita che se ne va e vita che arriva in un processo continuo che non parla di morte ma solo di lontananza.
come se si potessero accostare solo e lontananza.
scorgo passi lenti davanti a me, mi interesso al dolore di quel ragazzo che appare desolato all'idea di abbandonare la banchina. ne sono affascinata.. non si può fare altro che seguirla quella fottuta banchina verso l'uscita. L’uscita che in occasioni come queste somiglia ad una condanna alla vita di sempre. privi di ciò che si considera vitale.
fondamentale camminare senza voltarsi indietro perché a guardarla la partenza si diventa vecchi prima del dovuto.
si lascia ossigeno in quei treni sporchi, debilitati, protagonisti di vita mancata.
un altro arriva. ed il nostro parte.
mi riprometto di non guardare ma la tentazione è troppo forte e divento vecchia prima del tempo a guardarla. la partenza.
lascio che si porti via la speranza che ho riposto nel mondo. lascio che trascini via i miei desideri di una notte compagna, di un bacio leggero, di un abbraccio che scalda, di un sorriso sincero. quel sorriso che manca. ora. e che mancherà. domani.
lo sconosciuto accompagna il mio dolore. compagni di sventura, per pochi attimi. può capire, penso. può capire cosa voglia dire lasciare che i treni segnino il proprio destino. può capire cosa voglia dire sentirsi impotenti, incapaci di produrre soluzioni nuove a questioni oggettivamente irrisolvibili.
in silenzio. rimaniamo lì. lasciamo che l'assenza ci travolga e diventiamo più vecchi. insieme.
La stanza che non vivrò mai,
il petto che profuma di chiuso.
Continua, implacabile, il dolore di te.
Della vita imbrigliata in congetture giuste.
Chissà per chi.
Piove. Fuori, dentro. Piove.
Non è un uragano, non tuona, nessun fulmine. Solo pioggia ininterrotta, con lo stesso ritmo. Mai diverso, mai più forte, mai meno. Sempre e solo lo stesso ritmo.
Piove. e non vorrei ci fosse il sole. Fuori. Il cielo è avvolgente ed una coperta forse può celare un brivido. Dentro.
Vorrei solo resettare la mia vita. Mandare in pensione questa, di anzianità e non di vecchiaia, e cominciare un nuovo corso, con la stessa consapevolezza di oggie gli strumenti di ieri. Hai tempo, hai tempo. Non faccio altro che suggerirmelo, ma il tempo si è bruciato tra le mie manie e le mie incertezze.
Ed oggi taccio. taccio a me stessa la verità del fallimento irreversibile. perchè dietro non si torna, non posso permetterlo. deludere gli altri mortifica il proprio io più di quanto possa mai farlo deludere se stessi.
La mia vita così incomprensibile a chi non la vive, a chi non prova ad entrarci almeno un pò, da qualsiasi angolazione. Incomprensibile. Strana. Diversa. Ed a lungo andare, è inevitabile che ti ci senta incomprensibile. Strana. Diversa.
You'll say
Don't fear your dreams
It's easier than it seems
You'll say you'd never
Let me fall from hopes so high
But never is a promise
And you can't afford to lie
You'll never live
The life that I live
I'll never live the life
That wakes me in the night
You'll never hear
The message I give
Youy'll say it looks as though
I might give up this fight
You'll say you understand
But you don't understand
You'll say you'd never
Give up seeing eye to eye
But never is a promise
And you can't afford to lie
E Prevert e Fiona urlano nelle mie orecchie. Ed in fondo mi tengono compagnia. Non è commiserazione, bensì consapevolezza. Di un mondo che corre ad una velocità diversa dalla mia. Dimensioni capovolte. E si moltiplicano i momenti di disagio, piuttosto che quelli di soddisfazione di non amare scamarcio e la sua generazione. Chiedo scusa a me stessa se preferisco Erri De Luca. Chiedo scusa a me stessa. E a voi, che non capite e non capirete.
Le mie lacrime notturne aggiungono scuse silenti.
Non è scegliere.
Si può scegliere quello che si vuol far credere di essere ma non quello che si è. Ed io non ho scelto nulla, se non di respirare nella mia dimensione.
Ciò che addolora, perseguita ed annienta è sentirsi soli. Soli nella propria dimensione. Sono pochi quelli che vogliono vederla, pochissimi quelli che possono raggiungerla ed ancora meno chi vuole viverla dopo averla vista.
Spero solo che nessuno si senta in colpa. Basto io per tutti.
E' una di quelle serate in cui necessito del tuo abbraccio, magari davanti ad un camino che riscalda e una scatola piena di ricordi.
Ricordi. Non miei e tuoi. Noi, possiamo ancora godere dell'oggi senza dover necessariamente scomodare il passato. Piuttosto, ricordi di tempo appena passato, non ancora remoto, ma comunque da riporre negli spazi angusti di una scatola.
Entusiasmi bruciati, entusiasmi vissuti, vita che sfugge. vita. vissuta?
Delicatamente ripongo oggetti che nascondono pensieri. Un sorriso mi accompagna. Vorrei. Solo. Sentirmi.
Assaggio acqua salata sul mio volto. Vorrei. Solo. Sentirmi. Viva.
E non lo so perchè sono così, e forse non lo saprò mai. E a volte mi stanco anche di chiedermelo. Ma non sono altro che questo. E per tanti non sarò altro che un fenomeno evitabile. Sarò aria. O forse ossigeno. Ma sarò sempre e comunque io. Non altro.
Io. Eccezione. Eccezione necessaria.
Mi perseguita l'idea di non essere capace a fare nulla nella vita. Leggo solo confusione intorno a me. Vorrei avere meno pensieri ed essere invasa di concretezza. Vorrei che il mio cervello mi lasciasse in pace.
Vorrei, vorrei, vorrei. Condizionale minimo comune denominatore dei miei discorsi.
Libri sparsi sulla scrivania parlano di diritto, di costituzioni, di leggi. Non voglio ascoltare. Non ho interesse ad ascoltare. Mi chiedo se mi piaccia ciò che sto facendo, ho paura di rispondere ma conosco la risposta. Fottuta domanda retorica.
Non posso e non voglio buttare alle ortiche anni di fatiche ma sono incapace di far finta di nulla quando non mi sento.
Ed ora non mi sento.
Sono sempre in bilico, in costante under construction, il mondo va avanti ed io cerco solo piazzole di sosta. Cervello confuso. Mani in faccia. Vorrei.Solo.Essere.Meno.Agitata.
Eppure quando ho cominciato ero entusiasta, ho scelto questo cammino perchè ho sempre creduto fermamente nell'utopico concetto di giustizia. Nelle sue svariate accezioni. Ho sempre creduto che fosse necessario conoscere ciò che ci governa, ciò che ci controlla, ciò che ci salva e ci condanna.
Ma oggi sono qui senza un fottuto stimolo. Davanti a libri che non mi appartengono.
Ed è la mia vita. ed ero entusiasta di ricominciarla.
e mi viene da piangere perchè parlarne non serve, lamentarsi ha un'utlità anche minore. dovrei solo alzarmi ed impormi di proseguire senza pensare, spegnendo il cervello.stand by.perenne. dovrei.devo.
fanculo. a me.
Per un qualche motivo, strano ad individuarsi, forse per molti motivi, ci siamo persi. Una di quelle tragedie alla porta, di quei silenzi latenti, di quelle percosse violente e il conseguente nulla.
Ed è inutile cercarsi, sappiamo entrambi che forse il tempo può laddove non abbiamo potuto noi. Noi, dalle grandi promesse. Noi, dalle enormi parole. Noi, dalle fugaci passioni.
Ricordo serenità come sapore lontano.
Ora vivo solo una specie di apatia. Mi pervade angosciandomi. Dovrei confondermi con l’armonia della stanza, plasmarmi sulla perfetta imperfezione delle cose. Ma rimarrò qui a terra immobile a guardare senza osservare.
E’ solo male in polvere.
Questo fottuto tempo che corrode, tempus edax rerum. Perché si cambia, e non è semplice cambiare senza sgomitare, e non è semplice cambiare senza ferire. Passare da ciò che si crede niente a ciò che si crede tutto conseguendo i quindici minuti di Andy, è dolcemente pericoloso.
Si entra in mondi in cui la condivisione diventa eccezione, ci si sente forti, onnipotenti, indistruttibili, gentili servi di mondi corrotti. E non per questo migliori. Certamente falsi d’autore.
Non mentire su di te con te.
Io sono tradizionalista, forse più tradizionalista di quanto credessi. Ma ti voglio bene, e allora un giorno, magari mai, quando sarà passata la fase di auto esaltazione dell’io, saprai dove trovarmi.
Perché se di fallimento si deve parlare, abbiamo fallito in due.
Ma ogni tanto guardati. You forgot to answer.
Camminava assorto. Era una di quelle giornate che adorava, con il cielo basso che sembrava quasi potesse essere toccato, o almeno sfiorato. Il freddo pungente che gli colorava il naso di rosso, trasformandolo in un clown. Non che si sentisse qualcosa di diverso. E l’odore, l’odore della notte nonostante fosse giorno, che gli ricordava la sua infanzia.
Non che ne avesse ricordi particolarmente precisi, ma una sensazione di benessere malinconico lo coglieva sempre quando riaffiorava il pensiero. E anche oggi si lasciava penetrare da quella sensazione.
In fondo la malinconia era il suo mood preferito, nonostante quello che pensassero gli altri non avrebbe mai potuto pensarsi in vesti diverse da quelle che essa gli offriva giornalmente.
Era la sua vita, non straordinaria, né particolarmente lodevole, ma di certo malinconica.
Pensò che era proprio il giorno giusto. Il giorno giusto per trovare coraggio. Magari qualche giornale lo avrebbe scritto. Si rese conto che stava fantasticando, a chi sarebbe interessata la sua storia? Non era famoso, non aveva un conto a tanti zeri, e oltre a sentirsi un granello di sabbia sapeva fare poco e niente. Si, a nessuno sarebbe interessata.
Non riusciva neppure a ricordarla nei dettagli la sua storia, come era arrivato fino a quel giorno? Dov’è che aveva perso le speranze di cambiare qualcosa? Si domandava, mentre il passo deciso lo conduceva nel posto dove finalmente avrebbe dato un senso alle sue giornate.
Sorrideva. Si, era pronto.
Non era passato giorno senza che si fosse sentito un essere mediocre, inadatto al quieto vivere e alla pazienza, eppure non ce l’aveva con se stesso. Come avrebbe potuto? Da sempre sentiva di appartenere ad un’altra categoria, diversa dagli essere umani di tutti i giorni, quelli che amano la televisione, i discorsi poco impegnati o quelli impegnati ma di facciata, lo svago fine a se stesso, le giornate piene di sole. Non li condannava, credeva di avere la dote della tolleranza, manifestata accettando ogni tipologia di vita differente alla sua. Ma sentiva profondamente di essere fuori posto.
Ogni tanto aveva provato a fingere vestendo i panni di qualcuno o qualcosa di diverso da quello che in realtà era, ma il risultato era stato disastroso. Non ultima una storia d’amore con una ragazza gentile e dolce, aveva promesso a se stesso che sarebbe stato il suo biglietto per raggiungere la vita di tutti. Solo per questo aveva accettato di sposarla, credeva bastasse il paterno affetto nei confronti della dolce e gentile ragazza, ma a nascere tondi non si muore quadrati. Ora lo sapeva bene. Forse le spezzò il cuore quando non si presentò all’altare senza neppure avvisarla, non ne era sicuro. Cambiò semplicemente città. Nessuno o quasi avrebbe pianto la sua assenza.
Era arrivato.
Poteva ammirare il paesaggio di sempre, la casetta piccola e buia che avrebbe voluto acquistare, il fiume gelido che scorreva sotto il ponte e la folta vegetazione che con i colori dell’autunno circondava tutto. Sin dalla prima volta che per caso era capitato in quel posto se ne era innamorato, da allora, quando aveva voglia di uscire di casa, era l’unico luogo dove sentiva di poter andare. Proprio lì gli venne in mente di risolvere tutti i suoi problemi, e solo lì sentiva di poterlo fare.
Aveva in tasca il veleno. Pensava che anche il modo che aveva scelto per uccidersi fosse anacronistico, ma non aveva molta importanza. L’unica cosa importante era che fosse pronto. Aveva pensato a tutto, anche alla musica. Aveva con sé il suo immancabile lettore mp3, sarebbe morto con lui nell’acqua dove si sarebbe gettato un istante dopo aver bevuto il veleno.
Sorrideva, mancava poco.
Aveva scelto musica classica come colonna sonora, ed in particolare Al di là del vetro la sua preferita per sparire. Fu in quel momento, mentre le note di Al di là del vetro inondavano il suo cervello, che decise di guardare giù, di guardare l’acqua che tanto amava, l’acqua che lo aveva fatto sentire padrone del mondo bracciata dopo bracciata verso l’infinito, ed una sensazione di paura lo avvolse.
Aveva paura di morire. Nonostante la giornata fosse perfetta, nonostante il naso da clown, nonostante tutti gli errori, nonostante il suo disagio, nonostante la fatica di vivere, aveva paura di morire.
Inconcludente. Ancora una volta.
Lacrime opprimenti gli inondarono il volto, voleva vivere, rivedere ancora mille volte quel posto e sentirsi a casa, rimanere chiuso in camera ad ascoltare la musica che riempiva di note la stanza solo per lui, cibarsi di arte e di cultura. Che importava se questa non era vita convenzionale?
Era la sua vita, non straordinaria, né particolarmente lodevole, ma di certo sua.
E così si allontanò, si rimise a camminare nella stessa direzione da cui era venuto ma nel verso opposto. Nuovamente assorto nei suoi pensieri e nella sua musica.
Non c’era quasi mai nessuno in quei luoghi, e a quell ’ora era davvero improbabile incrociare anima viva. Ma la vita non fa sconti e il destino a volte non accetta pentimenti.
Lo vide all’ultimo, quando era impossibilitato a qualunque movimento, non gli diede neppure il tempo di mettere a fuoco l’immagine. Il camion lo travolse in un attimo.
- Non voglio morire - farfugliò, ma nessuno potè sentirlo.
L’indomani i giornali raccontavano di un ragazzo pieno di vita morto a causa di un incidente stradale con gli auricolari nelle orecchie ascoltando Al di là del vetro. A qualcuno interessò la sua storia.
Per qualche motivo ho deciso di cambiare, di rivivere il mio blog in una nuova dimensione.
questo è il vecchio indirizzo: http://troppotardi.blogspot.com
rimango io inevitabilmente, rimangono i miei pensieri e la mia vita. cambia solo il luogo dove quella vita, quei pensieri e quella me si raccontano.
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